Andrea Bianconi - Tunnel City - Atipografia Associazione Culturale, Arzignano, Vicenza, Italy

Dal 15 novembre 2014 all’11 gennaio 2015

testi di Luigi Meneghelli, critico e curatore, Gianluca D'Inca Levis, presidente di Dolomiti Contemporanee, e Fabrizio Panozzo, direttore Mac Lab Ca’ Foscari.

Il 15 novembre apre le porte al pubblico Atipografia, nuovo polo culturale dedicato all’arte contemporanea fondato da Andrea Bianconi e Elena Dal Molin, un artista di fama  internazionale e una curatrice con all’attivo numerose mostre e collaborazioni con importanti istituzioni in Italia e all’estero. 1.000 metri quadri di spazio in una vecchia tipografia di fine Ottocento, nella piazza di Arzignano, cittadina ancora sconosciuta al mondo dell’arte contemporanea, con la volontà di fondare, in questo piccolo paese della provincia di Vicenza, un polo per la fruizione e la scoperta dell’arte con­temporanea in dialogo continuo con realtà internazionali.

Atipografia, associazione no profit che si sostiene tramite le donazioni e adesioni dei tesserati, è sia un grande spazio espositivo, che uno studio e una residenza a disposizione degli artisti, una terrazza per concerti di musica d'autore, uno spazio per conferenze e workshop, una web radio attraverso la quale promuovere la vita culturale che si svolge all'interno del centro.

L’antica tipografia diventerà un laboratorio rimodellato dagli artisti di volta in volta, mantenendo il dialogo con lo spazio esistente ma potendo anche aggiungere, togliere e modificare ha detto Andrea Bianconi, fondatore del progetto insieme ad Elena Dal Molin che aggiunge: non si tratta di un'operazione "mordi e fuggi", bensì di un intervento che nasce dal desiderio di dare continuità alla cultura, facendo dialogare tra loro le esperienze artistiche nazionali e internazionali. Perché A-tipografia? L'alfa privativo, spiega la curatrice, in questo caso, esplicita il confronto tra lo spazio culturale e del sapere di un tempo, la tipografia, con quello di oggi, luogo di interazione e di incontro.

L’inaugurazione dello spazio vedrà l’apertura di Tunnel City, la mostra personale di Andrea Bianconi, artista che nel 2013 ha partecipato alla 5° Biennale di Mosca e i cui lavori sono nelle collezioni del MSK di Gent e al MoMA di New York. Il tema del tunnel, inteso come vortice in cui tutto avviene dopo e prima l’entrata e l’uscita, simbolo delle infinite possibilità dei significati, verrà sviluppato attraverso un ricco percorso espositivo fino a creare una vera e propria mappatura, che trova la sua valenza infinita e nascosta nell’intimo dello spettatore.

L’artista interviene sulle pareti dello spazio realizzando disegni a pennarello che dialogano con l’ambiente e gli oggetti circostanti. Il percorso include poi un video che proietta le migliaia di disegni tratti dal libro Romance edito da Cura (2012), la cui riedizione è stata recentemente acquisita dal MoMa di New York. La mostra è accompagnata dai testi di Luigi Meneghelli, critico e curatore, Gianluca D'Inca Levis, presidente di Dolomiti Contemporanee, e Fabrizio Panozzo, direttore Mac Lab Ca’ Foscari.

 

 


Andrea Bianconi -Spotlight  - Barbara Davis Gallery, Houston, Texas, USA

November 21, 2014 - January 3, 2015

Photo: Andrea Bianconi, Tunnel city 27 - ink on canvas, 100x120cm - 2014

Group Exhibition: Andrea Bianconi, Owen Drysdale, Judy Ledgerwood, Gavin Perry, Troy Stanley, and Rebecca Ward


Andrea Bianconi - IL DESTINO DELLE COSE - La Giarina Arte Contemporanea, Verona, Italy

15 novembre 2014 - 28 febbraio 2015

a cura di Luigi Meneghelli

photo: A Charmed Life, 2014, corde, oggetti, smalto bianco, 280 x 130 x 120 cm

Artisti:

ARMAN
ANDREA BIANCONI
ENRICA BORGHI
ALESSIA CARGNELLI
CÉSAR
FLAVIO FAVELLI
FISCHLI & WEISS
CHRISTIAN FOGAROLLI
DANIELE GIRARDI
TADEUSZ KANTOR
KURT SCHWITTERS
DANIEL SPOERRI


Omaggio a  MICHELANGELO ANTONIONI

Se un tempo, nella vita dell’uomo, gli oggetti avevano una presenza stabile e quasi mitica, se la loro produzione e il loro uso erano un tutt’uno con il loro significato, nell’età moderna ogni oggetto diventa riducibile ad un puro apparato funzionale. L’avanzamento tecnologico lo spinge verso una totale banalizzazione, verso quella dimensione dell’ “usa e getta” che non lascia più nessuna traccia nella nostra memoria e nel nostro essere. Ebbene, lo sguardo che l’arte rivolge verso le cose, proprio a partire dalla modernità, sembra avere come obiettivo principale quello di ridare alle cose stesse un senso, una storia, una individualità. E, in alcuni casi, addirittura una dimensione di magia e di mistero. Se si prende ad esempio la figura di Schwitters, che raccoglie brandelli di vita (biglietti del tram, fili metallici, spaghi, ecc.) accumulati secondo la legge del caso, si capisce come anche i rifiuti possano diventare frammenti carichi di memoria e di poesia. Con l’artista polacco Kantor e i suoi “Ombrelli” (o i suoi “Emballages”) l’oggetto si contrae, si distende, comunicando quasi un’idea di energia, di tensione, di movimento. E’ un po’ come se si cercasse di richiamarlo in vita, di scuoterlo dal torpore nel quale è immerso, causa l’uso o il consumo. Gli esponenti del “Nuovo Realismo” (Arman, César, Spoerri, ecc.) propongono invece un inedito accostamento al reale, invitandoci a percorrerlo liberamente,e a insinuarci nelle sue pieghe, nei suoi risvolti. Resti e residui diventano spazi aperti, in cui è messa in scena la rovina, ma in cui la stessa rovina diventa materiale vitale e creativo.

Tutt’altro approccio alle cose presentano le nuove generazioni. Oggi si va sempre più verso una visibilità totale e illusoria e ogni elemento materiale risponde solo a un bisogno di immaginario, di fantastico. Come recuperare la perdita materiale, il “sapore delle cose concrete”? Forse non resta che la memoria. Anche perchè, come ha scritto W. Benjamin: “Per la storia nulla di ciò che è avvenuto dev’essere mai dato per disperso”. E allora si possono costruire propri mondi oggettuali, che raccolgono, alterano, rovesciano il mondo conosciuto, come se si trattasse di uno scavo nelle profondità del tempo . Le cose così “diventano inesauribili ricettacoli di commemorazione”, materie che sopravvivono, passato che continua a lavorare appassionatamente anche nel presente.E’ così per Christian Fogarolli che, nella sua installazione Blackout ci introduce in una sorta di “museo delle miserie”, messo insieme in una vita intera. Le cose (una cassapanca scrostata, un armadio cadente, vecchie foto) finiscono per diventare inseparabili, indinstinguibili da chi le ha raccolte. Ed è così anche per quel panneggio fatto da mille corde che scendono dal soffitto di Andrea Bianconi: pannegio di chincaglierie, dove ogni identità si perde per far posto a infinite combinazioni, ad una specie di “caos del cosmo”. Come è così per il video di Alessia Cargnelli che documenta le insignificanti tracce di un luogo dimenticato di Venezia. Una sequenza di immagini virate al porpora, in cui si alternano i contorni tremanti di oggetti, architetture, fasci di luce radente. Una paradossale “archeologia del presente”. Più mentale è il discorso di Flavio Favelli: egli lavora sul senso del vissuto, del quotidiano, del privato. In Lettiga, assembla pezzi di mobilio, che sembrano funzionali, ma che non lo sono, che sembrano riconoscibili, ma che sfuggono a ogni identificazione. La lettiga infatti perde il suo senso antico e si trasforma in un oggetto che pare sul punto di sfasciarsi. Pure l’installazione di Enrica Borghi mette in scena una trasformazione lampante, come un sogno ad occhi aperti. Si tratta di bottiglie di plastica che, tagliate e defornate dal calore, diventano altro: qui spostano la loro banalità verso quello che potrebbe essere la sublimità di un cielo stellato. Restando se stesse danno luogo a un mostrarsi nuovo, inatteso. Daniele Girardi, infine, propone un intervento che può ricordare una ferita nel muro, da cui fuoriesce una cascata di taccuini bruciati, consunti. Egli intende alludere sia alla catastrofe che all’energia insita nella catastrofe stessa, indicare un mondo in disfacimento, ma anche un nuovo mondo possibile, pensabile, realizzabile.
 
Nelle cose fuori moda, nei fondi di magazzino, nella miniera del dimenticato, questi artisti rincorrono con accanimento quel “lascito del passato” tuttora pregno di indizi che possono offrire anticipazioni di una storiaposta sotto il segno del “diverso”, tracce dei fili che già in passato hanno rimandato all’esigenza di un futuro liberato. E’ per questo che in mostra trova spazio anche la proiezione dell’ultima sequenza di Zabriskie Point di Antonioni, con le immagini mitiche della villa che esplode o il video del duo svizzero Fischli & Weiss (Der Lauf der Dinge), altra storia di infinita catastrofe, seppure incredibilmente esilarante.

E’ per poter mostrare che i ricordi (delle cose) fluiscono nel tempo, ma non si logorano né si esauriscono. Semplicemente con i loro resti fondano altre realtà e altre visioni.
(Luigi Meneghelli)


  • facebook
  • twitter
  • vimeo
  • instagram
Top